ERASKAROTH #21
di Graziella Liso
Photo by Muhammed Sami Atalay on Pexels.com
VILLAGE TOUR
La radura si mostrò all’improvviso, ampia, piana e ricca di luce.
Appena emersi da un ombreggiato sentiero in salita, fitto di intrecciate chiome d’alberi, i visitatori erano al culmine della curiosità: spalancavano gli occhi e facevano domande insistenti alla guida, esclamando continuamente “Wow!” come studenti in gita scolastica.
Il mezzo di locomozione su cui viaggiavano era stato appena rilasciato dall’azienda del gruppo, ultimo efficiente prototipo, l’unico modello di quad ampliato a trazione potenziata:
comodo come un van di lusso, agile come una jeep, compatto come un mini-rider.
Gli ingegneri lo avevano battezzato QuadriMax.
Entremir amministrava con eleganza la cloche e sorrideva, registrando le reazioni dei passeggeri per ogni scoperta.
Da molto tempo eseguiva con successo questo lavoro, ma nonostante la ripetitività non ci faceva mai l’abitudine.
Lo spirito umano, egli pensava guardando i suoi ospiti, resta quasi sempre immutato nel tempo.
La cricca del giro giornaliero era senza dubbio impegnativa:
Amber, l’insegnante di storia biblica; Robert, il facoltoso finanziere miliardario; Terrence, il celeberrimo campione del mondo di pentathlon;
Reinhardt, lo scalatore di vette estreme; Samara, la geniale bambina che eccelleva negli scacchi.
Eccoli, mescolati tutti insieme, così diversi, ognuno al proprio posto nel veicolo.
Esaltati come adolescenti in libera uscita.
“Mir, dai, portaci subito al lago! Voglio fare un tuffo, nuotare fino a perdere fiato e poi cavalcare un acquascooter al tramonto!” La ragazzina non stava nella pelle.
“Ok, ok… ma non vorresti prima fare un giro della zona urbana nell’entroterra, nella vecchia città? Ci sono molte attrazioni interessanti… Cose che non hai mai visto!” Propose la guida.
“Cosa potrebbe esserci di tanto sorprendente che non ho ancora mai visto prima… uffa!” Replicò scocciata Samara, lanciando di sbieco uno sguardo sprezzante verso Entremir.
“Calma, calma, un po’ di pazienza, cara. Siamo tutti molto elettrizzati qui, abbiamo tutto il tempo che vogliamo per divertirci in questo tour, non abbiamo alcuna fretta!” Aggiunse pacata e gentile Amber.
Reinhardt sibilò come un gatto, con un filo di voce: “Siamo perfettamente d’accordo, Prof, però se non scalo una parete di sesto grado entro oggi, sclero… Facciamo in modo da trovarne una, per favore!”
Mir sorrise rassegnato, annuì in silenzio e sterzò verso il settore dei bungalow.
“Eccoci qua! Rilassatevi e rinfrescatevi, miei prodi. Tra circa un’ora torno a prendervi e faremo un giro nella City. Non ascolterò proteste, signorina! Vale anche per te. Coraggio, buon approdo! Nel frattempo, vi preparo le mappe.”
“Graazieee, Entremiiiir!” Solfeggiò all’unisono il coro degli adulti.
L’enfant prodige dapprima si astenne, ma poi mugugnò a denti stretti la stessa formula.
LA MAPPA NON È IL TERRITORIO
“Ci siete tutti, siete comodi? Allacciate le cinture? Allora andiamo!”
“Il giro del lago?…” Inquisì scocciata Samara.
“Più tardi avrai il tuo tramonto tra le scie e gli spruzzi dell’acquascooter, tranquilla!” La rassicurò Entremir.
“Ti sfido, pulce! Sarai la mia concorrente in acqua, in aria e su strada, vedrai quanto ti farò sudare!” Aggiunse sogghignando l’atleta olimpionico.
“Terrence! Per favore, è soltanto una bambina…” Amber cercò di limitare l’agonismo sfrenato dell’uomo.
“Ma potrei stracciarlo come un cartoccio, se solo volessi…” Samara puntualizzò, stringendo minacciosa il suo piccolo pugno.
“Homo homini lupus…” Sentenziò Robert.
Messo in moto il quad, Mir appoggiò tutta la potenza sul pedale e partì a manetta, per farli zittire.
L’iniziativa sortì l’effetto voluto: i cinque sobbalzarono strillando sorpresi e poi tacquero per un bel po’, incollati ai rispettivi sedili.
Le strade polverose sfrecciavano dietro di loro, la vegetazione si diradava, sempre meno presente.
Il viaggio si rivelò alquanto quieto.
Giunsero a destinazione dopo circa mezz’ora: da ultimo, entrarono nella zona urbana con i palazzi, i Musei e i monumenti storici.
“Forza, pigroni, scendete! Siamo arrivati.”
Amber si riaggiustò con le mani i capelli fuori posto e scese per prima.
Terrence fece finta di aggrapparsi al suo vicino tremando, come se avesse la nausea per gli scossoni e così fece ridere a crepapelle Robert.
Reinhardt era divenuto scuro in volto, aveva il broncio, si staccò dal gruppetto e cercò di avanzare prima degli altri.
“Aspettami, Rein! Vengo con te.”
Samara lo seguì a passettini veloci nelle sue piccole Mary Jane, diligente come un cagnolino.
Radunati pazientemente tutti intorno a Mir, i visitatori subirono una piccola arringa:
“Dunque, tra poco passeggeremo a piedi tra i vari edifici del centro e visiteremo un po’ di antiche botteghe, negozi, teatri, cinema, luoghi di divertimento e così via. Avete con voi le mappe? Le ho caricate già in anticipo sui vostri iWatch.”
“Entremir, rammentaci una cosa, perché stiamo facendo questo giro?” Fece svogliato Terrence.
“Per ricordare e celebrare, Terrence: per imparare a essere presenti nelle varie epoche e identità della Storia con spirito di adattamento, rispetto e curiosità.”
Colui che aveva posto la domanda tacque.
La prima tappa fu un vecchio polo culturale dalle molteplici sale, concepito per ospitare artisti, concerti, eventi, conferenze e vernissage.
“Qui si incontravano molte persone, facevano reciproca conoscenza, stringevano amicizia e godevano dello spazio comune e della Bellezza delle opere d’arte.”
“Ascoltavano anche della musica?”
“Certo, Samara, spesso c’erano serate allietate da musica e ballo. Chi voleva brindare, aveva occasione di frequentare un bar lounge molto elegante nei locali adiacenti, con un pavimento trasparente panoramico, sospeso su una splendida piscina…”
La bambina restò incantata.
“Nelle serate ludiche si poteva anche sfidare gli amici a giochi vari, quiz, indovinelli, gare a squadra, persino intavolare dei veri tornei di scacchi! Pensa quante possibilità per divertirsi…” proseguì Mir, ancora rivolto alla piccola.
Su numerosi maxi schermi si intravedevano scene realistiche che rappresentavano con le immagini quanto era stato appena descritto.
“A me mancano da morire le corse dei cavalli…” Sbottò Robert.
Amber rise.
“La galleria d’arte è piuttosto spoglia adesso, dopo molti passaggi di proprietà e vari altri cambiamenti, ma come potete vedere c’è ancora molto da ammirare. Seguitemi!” La guida propose entusiasta.
“Guardate! Una fontana! O forse… no, non credo, non capisco: cosa potrebbe essere? Robert, sai cos’è?”
“È una latrina, Amber. Un pisciatoio. Un’opera francese.” Chiosò secco Reinhardt.
Amber restò ammutolita, in disappunto.
Samara invece scoppiò in una risata acuta e irrefrenabile da ragazzina irriverente.
“Venite, compagni, raggiungiamo la prossima tappa.”
Mir fece strada e si trovarono in un punto pieno di luoghi adibiti al commercio.
Lungo un viale principale, erano disposti da entrambi i lati molti esercizi con le insegne ancora visibili.
“Forse ora non vi viene in mente, ma una volta qui c’era una specie di ricca merceria molto fornita, dove si trovava di tutto, dagli spilli ai merletti più raffinati, dai bottoni gioiello alla preziosa biancheria per il corredo da sposa…”
“La lana per lavorare a maglia! Oh sì, ricordo mia nonna e le sue capaci mani d’artista. Era molto dotata, sempre a incrociare punti e trecce, a tessere ogni genere di trame colorate: restavo per ore a guardarla… Era così affascinante osservare le sue mani al lavoro. Adoravo la mia nonnina quando creava!”
“Ma come mai poi non ti sei mai sposata, Amber?”
Reinhardt scosse la donna dal suo sogno, riportando tutti alla realtà col suo pungente sarcasmo fuori luogo.
“Sei uno sporco insolente…” sussurrò lei, ferita.
“Ragazzi, per favore… Amber scusa, perdonalo. È sempre stato uno stronzo. Cerca di non dargli peso, se puoi.” La voce della saggezza di Terrence.
Robert tentò di aprire bocca, a sua volta, ma non gli venne nulla da dire.
Stessa cosa per Reinhardt.
Mir alzò gli occhi al cielo e cercò di ignorare l’accaduto.
Si guardò rapidamente intorno ed esclamò:
“Ehi, ma dov’è Samara?”
E123
In fondo al viale, si apriva uno spiazzo molto vasto dove c’erano giostre, piste, altalene, chioschi, giochi, Ottovolante e ogni genere di attrazione.
Samara aveva individuato per prima l’area adibita al Luna Park.
Il gruppo si mosse velocemente per raggiungerla.
“Ehi, ma non volevi sfrecciare sul lago in acquascooter? Se ci fai perdere tempo, non ce la faremo mai!” Urlò Reinhardt.
“Faremo in modo da gestire gli orari, ormai è fatta… Samara, non ti allontanare più senza avvertire almeno uno di noi, siamo d’accordo? È chiaro?”
La guida era seriamente assertiva.
“Va bene, Mir, scusami… Mi aiuteresti? Dammi una mano, voglio prendere un gelato! Per favore…”
Con gli occhioni dolci di un astuto felino, Samara sbatteva le lunghe ciglia e mimava il suo facciotto più persuasivo per rabbonire Entremir.
“Ok, ok, faccio io, ecco qui la monetina: che gelato vuoi?”
La moneta andava inserita nella slot, così la macchina avrebbe concesso il tanto agognato oggetto del desiderio.
“Amarena!!! Amarena, meringa e panna doppia!”
“Sam… Hai visto che anno è? Sei sicura?”
“No, non lo so… che anno è? Cosa cambia?”
“Il percorso di oggi si svolge negli anni 70 del XX Secolo. Non so se ti conviene, tesoro, sai…” aggiunse preoccupata Amber.
“Ah già, quella famosa storia. Scoppiò il panico universale: a un certo punto, si diffuse pubblicamente la notizia che il colorante chimico fosse cancerogeno. L’amaranto e con esso anche molti altri” approfondì Terrence.
“Stronzate da ambientalisti, solo un allarme fittizio per nuocere al commercio…” Robert difendeva con forza il proprio strenuo capitalismo.
“Stronzate un corno, se tu fossi stato un campione olimpico avresti dedicato molta più attenzione a ciò che introduci nel tuo stupido e inutile corpo col cibo che mangi…” contrattaccò in tono di sfida Terrence.
“Signori, ve ne prego, un po’ di rispetto; cercate di restare calmi, siate tolleranti!”
Mir era al limite e cominciava a essere stanco di quei continui battibecchi.
“Tranquilla, Sam, puoi consumare senza problemi il tuo gelato, abbiamo già pensato a tutto, non c’è pericolo.”
“Grazie Mir!”
La slot si aprì e venne giù rotolando una confezione del tanto ambito cono all’amarena, subito preso al volo con mani avide da Samara.
“Bene, adesso che tutto è tornato alla normalità, io me ne vado al cinema: ho voglia di vedere un bel film. Ci ritroviamo qui tra un paio d’ore, truppa! Qualcuno mi segue?”
“Vengo con te, aspettami, Reinhardt!”
Le due R della cerchia si allontanarono insieme, alla ricerca di una sala cinematografica.
“Ehi, non posso crederci! Guarda, Robert, è pazzesco: qui danno ‘Lo Squalo’! Corri!”
Due uomini adulti che sembravano essere tornati all’infanzia.
Amber, in tutt’altra direzione, seguì a passi rapidi la piccola scacchista, ormai impossibile da trattenere: aveva già individuato la sua giostra preferita e, afferrata la donna per mano, la trascinava via con sé saltellando e tirando con ogni fibra del suo corpo:
“Il Bruco, Il Bruco! Voglio fare mille mille e mille giri sul Bruco! Avanti, Amber, vieni, sali con me!”
La poverina non aveva scelta, ma lo fece volentieri, le obbedì:
“La tua giostra preferita? Il Bruco Mela? Sei davvero sicura di non preferire una sfida a scacchi con uno dei ragazzi?”
“Non esiste! Nemmeno per un premio internazionale, un trofeo mondiale o una medaglia universale!”
Amber sorrise.
In fondo, era soltanto una bimba, una piccola, adorabile e buffa bambina, come tante altre.
Salirono insieme nella postazione, occuparono i sedili e allacciarono le cinture.
Entremir si accertò che tutto fosse regolare e poi diede cenno alla cabina centrale di azionare i comandi della pista.
La locomotiva si mosse e lentamente i vagoni cominciarono a prendere velocità sui binari.
Amber strinse a sé Samara, accarezzandole i morbidi capelli biondi, in un istintivo gesto affettuoso.
Le urla eccitate di entrambe esplodevano a pause regolari, il frastuono riempiva l’aria a ogni curva e giro della corsa.
Entremir le teneva d’occhio a distanza: registrava con cura ogni singolo particolare, ogni dettaglio, ogni istante, ogni movimento.
I suoi occhi ben addestrati non smettevano mai di osservare, ma era così preso dalla faccenda della sicurezza del luna park che per qualche minuto perse di vista l’automezzo, parcheggiato nelle vicinanze.
Il QuadriMax non c’era più.
Sembrava sparito nel nulla.
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